Quelli che abitualmente vengono definiti ambienti umidi, secondo la Convenzione di Ramsar comprendono “paludi, torbiere, acquitrini, e comunque specchi d’acqua naturali o artificiali, permanenti o no, con acqua dolce, salmastra o salata, ferma o corrente, incluse le coste marine, la cui profondità non superi i 6 mt. con la bassa marea”.
Si potrebbe aggiungere che per ambiente umido si intende qualsiasi tipo di ambiente, caratterizzato in qualche modo dalla presenza temporanea o permanente dell’acqua. Pur così genericamente definiti, gli ambienti umidi si articolano in una serie molto complessa di aree diverse, con caratteristiche molto differenti tra loro dal punto di vista floristico, faunistico, ecologico. Più specificatamente, possiamo distinguere:
1. Zone umide naturali: sono laghi interni, laghi montani (quote superiori a 750 m.s.l.m.); laghi costieri (distanza superiore a 10 km dalle coste marine, con o senza collegamenti al mare); torbiere (località di accumulo lento e continuo di residui vegetali, generalmente localizzate in depressioni del terreno, dove si raccoglie l’acqua con conseguente formazione di torba); fiumi;estuari;delta; acquitrini (acque stagnanti con fenomeni di impaludamento non perenni); lagune (propaggini marine incuneatesi nella terraferma, in comunicazione continua o saltuaria col mare, ad alta o media salinità) valli da pesca (specchi d’acqua situati in porssimità delle coste marine, con salinità variabile, anche delimitati da argini artificiali, prevalentemente per itticoltura); litorali ed acque marine costiere.
2. Zone umide artificiali: lo sono le casse di espansione (bacini per l’accoglimeno temporaneo di volumi di piena dei corsi d’acqua); invasi di ritenuta (bacini per l’accumulo di acque dei corsi d’acqua da destinarsi ad altri usi); cave di inerti (bacini originatisi per falde o per attività fluviale, a seguito dell’escavo di tatti di terreno per l’estrazione di argille, sabbie o ghiaie); canali (corsi d’acqua artificiali); saline; vasche di colmata (bacini per l’accumulo di torbe mediante deposito). 
3. Criterio botanico: si basa sulla esistenza di determinate specie floristiche e quindi delle associazioni vegetali che vanno a costituire (dove l’associazione vegetale è la unità fondamentale di riferimento per la definizione della diversità ambientale).
4. Criterio faunistico: deteerminato sulla base della presenza delle larve di determinate specie di chironomidi, ma anche di vertebrati, tra i quali soprattutto gli uccelli.
Tutte queste classificazioni, ed altre ancora, devono servire per la definizione di conoscenze scientifiche tali da garantire interventi a carattere conservazionistico rappresentabili da piani di tutela. Gli ambienti umidi vanno incontro ad una lenta evoluzione naturale, per la quale si modificano, maturano e quindi possono scomparire attraverso molteplici modalità, e benché non sia possibile che si formino nuovi ambienti umidi, se non grazie all’intervento umano, molti sono quelli ancora presenti in Italia e meritevoli di conservazione. Un elenco della Società Botanica Italiana del 1979 riconosceva la presenza di ben 183 ambienti naturali, 3 ambienti artificiali e di 12 altri ambienti presenti sul nostro territorio nazionale.
Di questi, le zone umide riconosciute dalla Convenzione di Ramsar di importanza internazionale sono 32, di cui 3 in territorio pugliese, per una superficie totale che, sommata a quella delle altre zone umide di importanza minore, raggiunge i 208.029 ha.. Naturalmente l’Italia, con l’adesione a tale convenzione, ha assunto a livello internazionale l’impegno di tutelare e salvaguardare tali aree dall’intervento umano.